In un precedente articolo avevo esposto le differenze tra la un’opera che nasce dai personaggi, e una che scaturisce dalla storia, (Trama vs Personaggi). In entrambi i casi è stato chiaro che queste due figure sono interdipendenti e inseparabili, difatti sono i personaggi che vivono l’azione e la fanno muovere attraverso lo schema di intreccio prescelto.

Tuttavia, non è necessario che ogni personaggio all’interno della storia abbia un conflitto interiore, poiché, abbiamo visto che ci sono diversi modi di caratterizzare un personaggio secondario, con poche pennellate, o con una caratterizzazione anche mediante stereotipo.

Ma veniamo a noi.

Una caratterizzazione come si deve è quella che permette allo schema narrativo di muoversi attorno al suo personaggio. Per ottenere ciò, è necessario che scaturisca da un contrasto di elementi. La drammatizzazione, appunto.

Senza di essa, nello scritto verrà a mancare il pilastro portante, l’elemento trainante. Esplorare adeguatamente il personaggio, le sue azioni, motivazioni e le possibili reazioni, è una dei compiti più importanti cui deve adempiere lo scrittore, e senza il quale la drammatizzazione sarà compromessa dall’inizio.

Ma partiamo dalle basi. Ci sono due modi per rendere effettivo l’ingresso di un personaggio nella storia: il metodo indiretto, tramite l’intervento dell’autore, e il metodo diretto, mediante l’aspetto complessivo del personaggio, ossia aspetto,atteggiamento e azioni. La differenza tra le due tecniche è la stessa che passa tra il “dire” e il “mostrare”.

Il metodo indiretto, presenta indubbiamente dei vantaggi; l’autore può tratteggiare il suo protagonista con poche mosse, e buttarsi nel fitto dell’azione. D’altro canto però, è molto riduttivo dire “Samanta era una ragazza buona e generosa.” E non si tratta solo del non mostrare. Questo approccio toglie spazio al lettore, spazio creativo e di giudizio personale sul protagonista.

Il metodo diretto permette invece una rivelazione simultanea del personaggio, in parallelo con ambientazione e azioni, per cui ciò che l’autore sceglie di fargli fare, sarà l’unico metro di giudizio,e contemporaneamente la storia sarà già partita.

Ci sono molti modi di caratterizzare un personaggio in modo diretto, la cosa più importante è scegliere per “l’apertura del sipario” i suoi tratti salienti, quelli che poi andranno ad animare la vostra storia.

Ovviamente potete usare entrambi i metodi, la scelta ha sempre in sé ragioni legate alla trama e al risultato che volete ottenere, poiché è tutto finalizzato, e ovviamente, un metodo non esclude l’altro. Quello che conta è che questi strumenti siano usati in modo adeguato per lasciar emergere l’anima della vostra storia, che viene mossa sempre e comunque da un fine, un obiettivo, che sempre deve essere coerente col personaggio.

Parliamo di un altro aspetto, se nel creare il personaggio vi viene il timore dell’equazione autore = personaggio, toglietevelo dalla testa: il proprio io, preso dalla realtà di sana pianta, non può funzionare. Questo perché l’artista crea, e il personaggio e la trama creati dall’artista si intersecano, e questo non è possibile creando una storia, e mettendo dentro un io reale, che non sarà mai conforme alla storia, come quello creato dallo scrittore.

Tornando alla caratterizzazione del personaggio, proiettare in modo drammatico i suoi conflitti interiori mediante il tormento, è una maniera valida per estrinsecare, e spesso neutralizzare, i mostri dell’inconscio. Quindi di per sé cattura il lettore a prescindere, in uno scontro che è già iniziato nella testa del personaggio, per vedere come va a finire.