Parliamo di scrivere dialoghi chiari.

I dialoghi si fanno, per definizione, in compagnia, pertanto saranno due o più personaggi a parlare tra loro. Insorge un nuovo problema: come far capire al lettore quale sia il personaggio che sta parlando?
Avrete letto spesso, frasi come “disse Alice” o “affermò Lorenzo” o ancora “Luca disse:”. Ebbene si tratta delle famose dialogue tag, la cui funzione è proprio quella di indicare chi stia aprendo bocca. In realtà, ci sono metodi più efficaci per identificare gli interlocutori.

In un dialogo a due lo scambio non può che occorrere tra i due personaggi, pertanto non ci sarà bisogno di identificarli a ogni battuta. Per esempio, se è Marco ad aprire bocca, sarà Antonio a rispondere, e poi di nuovo Marco, e Antonio, e Marco… l’importante è chiudere le virgolette, andare a capo e aprirle di nuovo. Lo fanno praticamente tutti e, se anche il lettore non fosse abituato a tale norma, questi si abituerà nel giro di poche battute.
Tuttavia, anche in un dialogo a due può capitare di perdere il filo. Potremmo distrarci un attimo, o semplicemente perderci in uno scambio più lungo del normale. Per questo motivo conviene ricordare ogni tanto, tra uno scambio e l’altro, l’ordine delle battute.

Una cosa è scrivere:

«Allora, che fai oggi?», chiese Marco.
«Vado a ballare», rispose Antonio.
«Posso venire?».
«Salta su».

Una cosa è scrivere:

«Allora, che fai oggi?», chiese Marco.
«Vado a ballare», rispose Antonio.
«Dove?».
«Giù, sul lungomare».
«Davvero?».
«Sì, vuoi venire?».
«Yes! Andiamo!».
«Salta su».
«Grande! Sei un amico».
«Figurati».

Più il dialogo si protrae, maggiore è la necessità di punti di riferimento.
Le dialogue tag si trovano un po’ ovunque, dai romanzi recenti a quelli classici. Oggi, tuttavia, esistono alternative di gran lunga più efficaci. Pensateci: è utile specificare, ma la funzione narrativa delle tag è inesistente. Se Marco sta parlando, sappiamo già che “dice”, “afferma”, “risponde” e così via. È tautologico e non aggiunge nulla alla narrazione (né sottrae, badate. Il lettore è abituato a fare come se le tag non ci fossero). Si potrebbe, a questo punto, scrivere tra parentesi il nome del personaggio che parla o specificarlo in anticipo come si fa nei testi teatrali.

Una tecnica ben più efficiente (e, pertanto, elegante) è quella che definisce gli interlocutori e, allo stesso tempo, arricchisce i dialoghi per mezzo dei beat.
beat sono azioni svolte dai personaggi durante i dialoghi, in modo tale da spezzarli. I pregi, rispetto alle tag, sono molteplici.

«Allora?», Marco infilò la testa nel finestrino dell’auto. «Che fai oggi?».
Antonio accese il motore. «Vado a ballare».
«Dove?».
«Giù, sul lungomare».
Marco trasalì, urtò il tettuccio. «… Ahio!», ritrasse il capo dall’abitacolo. «Davvero?».
«Sì», Antonio si protese sull’altro sedile, aprì la portiera e la spalancò con una spinta. «Vuoi venire?».
«Yes!», Marco spiccò un salto e alzò il pugno. Si buttò sul sedile anteriore. «Andiamo!».
Antonio sospirò. Inserì la prima. «Guarda che scherzavo. Non devi sempre prendermi alla lettera».

Coi beat possiamo inserire delle azioni nei dialoghi per renderli più dinamici, per integrarli meglio nella narrazione e per identificare gli interlocutori. Un dialogo che si protrae oltre una manciata di battute, infatti, rischia di diventare statico e di far dimenticare al lettore il contesto narrativo in cui si trovano i personaggi.
Grazie ai beat, piazzati sapientemente tra una battuta e l’altra, il lettore viene costantemente rimandato alla scena, ai personaggi e alla narrazione stessa, che così non rischia di rallentare o fermarsi. Il lettore, per farla breve, non solo continua a immaginare la scena in svolgimento, ma immagina anche i personaggi che vi dialogano. Del resto, noi tutti ci muoviamo mentre parliamo; non stiamo fermi come statuine e non ci dissolviamo nell’iperuranio.

L’importante è ricordarsi di essere chiari ed efficienti, ovvero di impiegare beat visuali, di immediata comprensione, e con una funzione addizionale a quella identificatrice. Se ci fate caso, il dialogo di poc’anzi tra Marco e Antonio ci ha rivelato qualcosa della personalità di entrambi, oltre ad averci catapultati al momento della partenza alla volta del locale.
Non abusate di beat banali o inutili; cercate di usarli per ottenere qualcosa, che sia per caratterizzare un personaggio, per dare atmosfera, per proseguire la trama o altro. Allo steso modo, i dialoghi devono avere uno scopo. I dialoghi inconcludenti sono fatica sprecata per l’autore e per il lettore.

Questo ci porta al punto seguente. I dialoghi devono essere significativi, a differenza delle chiacchiere della vita reale. Noi parliamo del tempo, del piatto di pasta… del nulla, la maggior parte delle volte. In narrativa, al contrario, ogni scambio deve servire uno scopo. Con ciò includo la caratterizzazione: magari non vi servirà mostrare, ai fini del plot, una disquisizione sulla cacca di cane da parte di Antonio, ma potrebbe servirvi per suggerire al lettore la cripto-coprofagia del personaggio in questione.

Un trucco efficace per scrivere ottimi dialoghi si trova nel manuale Come scrivere un romanzo dannatamente buono di James N. Frey. Uno scambio efficace deve necessariamente presentare un conflitto. Un dialogo privo di conflitto è meno coinvolgente, interessante, stimolante del suo opposto, a parità di funzione narrativa. Ecco perché Frey consiglia di considerare i dialoghi come veri e propri scontri tra i personaggi, impliciti o espliciti che siano.