La prosa di Gabriel García Márquez, autore fra i più popolari della “scuola” latino americana è affascinante come un fuoco d’artificio. In questo articolo prendiamo in esame tre suoi grandi scritti: “Cent’anni di solitudine”, “Il generale nel suo labirinto”, “L’amore al tempo del colera”.

“Gli strilli di amaranta Ursula, le sue canzoni agoniche, esplodevano sia alle due del pomeriggio sul tavolo della sala da pranzo che alle due del mattino nel granaio. “Quello che più mi spiace” rideva “è il tempo che abbiamo perso”. Nello stordimento della passione, vide le formiche che devastavano il giardino, saziando la loro fame preistorica coi legni della casa, e vide il torrente di lava viva che si impadroniva di nuovo del portico, ma si preoccupò di combatterlo soltanto quando lo trovo nella sua stanza.” (Da “Cent’anni di solitudine” 1978)

“Il suo domestico più antico lo trovo che galleggiava sulle acque depurative della vasca da bagno, nudo e con gli occhi aperti, e credette che fosse annegato. Sapeva che era uno dei suoi molti metodi per meditare, ma lo stato di estasi in cui giaceva alla deriva sembrava quello di chi non appartiene più a questo mondo. Non si azzardò ad avvicinarsi, ma lo chiamò con voce sorda secondo l’ordine di svegliarlo quando non fossero ancora alle cinque per mettersi in marcia alle prime luci. Il generale messe dalla malìa, e vide nella penombra gli occhi azzurri e diafani, i capelli crespi color scoiattolo, la maestà impavida del suo maggiordomo di tutti i giorni che reggeva in mano la ciotola dell’infuso di papavero con gomma arabica. Il generale strinse senza forza le anse della vasca da bagno, ed emerse dalle acque medicinali in uno slancio da delfino che non ci si sarebbe aspettati da un corpo così infiacchito.” (Da “Il generale nel suo labirinto” 1989).

“Contrariamente a quanto faceva credere la sua corpulenza, Lotario Thugut aveva un pisellino da cherubino che sembrava un bocciolo di rosa, ma questo doveva essere un difetto fortunato perché le comete più appannate si contendevano la fortuna di dormire con lui, e le loro urla da sgozzate scuotevano i contrafforti del palazzo e facevano tremare di paura e i suoi fantasmi. Si diceva che usasse una pomata al veleno di vipera che infiammava la sella turcica delle donne, ma lui giurava di non avere risorse diverse da quelle che Dio gli aveva dato. Morto dal ridere diceva “È puro amore.” ( Da “L’amore ai tempi del colera” 1986).

In questi tre estratti emerge palesemente la spiccata personalità espressiva di Marquez. Cosa lo contraddistingue? Il suo stile.

Difatti Marquez ha uno stile forbito e spregiudicato, che miscelato con un linguaggio roboante, inventivo e paradossale, dipinge con colori vivi le situazioni.

Abbiamo quindi una donna in mezzo a un “torrente di lava viva” di formiche divoratrici; il generale che medita tenendo una posizione che lo fa credere morto e si solleva dalla vasca “in uno slancio da delfino”; il Don Giovanni che fa urlare “da sgozzate” le donne dal piacere.

Sarebbe certamente possibile descrivere queste stesse cose in modo differente, e tuttavia difficilmente queste scene sarebbero così efficaci. Marquez usa un linguaggio figurato, ovvero che utilizza le possibilità della lingua di stabilire particolare connessioni fra il pensiero e la sua espressione. Riesce a fare ciò usando modelli e forme particolari per articolare il discorso, immagini insolite, accostamenti di termini dal significato contrastante: “voce sorda”, “difetto fortunato”.

Tali figure del discorso erano conosciute impiegate largamente sin dall’antichità per la loro particolare funzione espressiva che colpisce chi legge per l’immediatezza del gioco e dell’effetto verbale.

La creatività espressiva di Marquez non è dovuta soltanto al suo genio innato, ma poggia su classici stratagemmi della retorica, che è, ricordiamo, l’arte di saper usare bene le parole. Difatti nessun risultato autenticamente valido è raggiungibile mediante mezzi istintuali. Si parte sempre dalla conoscenza del vecchio che viene rimodellato per creare il nuovo.

Bene, anche per questa domenica è tutto! Buona giornata writer’s!