Se la funzione primaria del dialogo è quella di caratterizzare un personaggio, ve ne sono molte altre degne di nota. Un abile impiego del discorso diretto può dare molti strumenti strategici allo scrittore.

Platone usava il dialogo come “portavoce”; egli si servì di Socrate quale personaggio per esprimere il suo punto di vista personale ne i “Dialoghi“. A livello narrativo può essere artificioso, ma torna utile specie quando l’autore vuole esprimersi in questioni controverse. Fëdor Dostoevskij, nella parabola de “Il Grande Inquisitore”, racconta dei suoi dubbi religiosi, mediante la voce Ivan, ne i “Fratelli Karamazov“.

Una variante ampliata dell’uso del personaggio che possiamo definire “portavoce”, è quella che permette il confronto tra punti di vista contrastanti, senza che l’autore debba necessariamente schierarsi a favore dell’uno o dell’altro, almeno non apertamente. È la modalità utilizzata da molti romanzi contemporanei per presentare questioni complesse, spesso irrisolte, ( pensate alle indagini per un delitto o un fatto misterioso), poiché serve di aprire di fronte al lettore una rosa di più prospettive diverse.

Altre funzioni importanti del dialogo sono accrescere la tensione drammatica, accelerare l’azione, o imprimere un giusto ritmo all’intreccio narrativo.

Stiamo parlando ad esempio del protagonista che esprime un’opinione su un personaggio, che sia rivelatrice o un colpo di scena. Il dialogo, (o anche altre forme di “voci”, che non siano quelle del narratore: ad esempio lettere, messaggi, appunti, documenti, telefonate anonime ecc..), può essere anche strumento di rivelazione “esterno” sottile e insinuante. Ovvio che in questo caso sarà doppiamente efficace per creare suspence, questo perché il lettore valuta istintivamente le informazioni ricevute da un personaggio con più diffidenza, rispetto a quelle fornite direttamente dall’autore.